Kaballà, il segno indelebile di Battiato e Petra Lavica: “Si potrebbe ideare un festival annuale, da nord a sud, con artisti e dialetti diversi”

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Kaballà, ph Charley Fazio
Kaballà, ph Charley Fazio

Sgretolate le sue “ataviche resistenze”, torna “Petra Lavica”. Il bello dei dialetti – “lingue minori” – e la musica napoletana, la Sicilia e la “ferita” sanata, Milano, Mario Venuti, Bubola e il suo nome d’arte, fino all’inno all’imperfezione. La nostra intervista

Pippo Rinaldi in arte Kaballà, a 33 anni dalla pubblicazione del suo album d’esordio “Petra Lavica“, è tornato con una riedizione rimasterizzata in vinile 33 giri e in digitale. E’ stato uno dei primi dischi a uscire in dialetto siciliano nel mondo discografico “mainstream”. Kaballà ha scritto per artisti nazionali e internazionali come Eros Ramazzotti, Mario Venuti, Anna Oxa, Antonella Ruggiero, Baustelle, Irene Grandi, Nina Zilli, Alex Britti, Ron, Andrea Bocelli, Josh Groban, Placido Domingo e tanti altri. Dopo il debutto con il testo siciliano “Brucia la terra”, composto sulle musiche di Nino Rota per il film “Il Padrino III” di Francis Ford Coppola, ha lavorato anche per il cinema, scrivendo colonne sonore e testi, per il teatro e per la televisione. L’abbiamo intervistato.

Ci racconti come mai questa riedizione di “Pietra Lavica” nasce proprio ora?

In realtà l’idea è nata circa 2 anni fa dopo l’incontro con Foffo Bianchi, storico produttore discografico e ingegnere del suono, che ha sicuramente sgretolato il muro delle mie ataviche resistenze a riprendere in mano questo lavoro. La sua autorevolezza e il suo giudizio lusinghiero rispetto ai suoni e la modernità che riteneva avesse ancora questo disco e la sua empatia nei miei confronti hanno sicuramente dissolto parte dei dubbi che mi portavo dentro. Ma la spallata finale l’hanno data gli amici che per vari motivi hanno avuto un ruolo importante nella mia vita e mi hanno strappato il definitivo sì aiutandomi a realizzare questo lavoro.

Paolo Corsi, l’amico di sempre, colui che ha creduto in me sin dal primo momento e che ha supervisionato il progetto, Mario Cianchi, l’amico di questi ultimi anni di musica, che con la sua energia lo ha coordinato e non poteva mancare l’amico di mille avventure artistiche, da Catania con furore, Nuccio La Ferlita che ne ha curato la produzione esecutiva.

Com’è oggi il rapporto tra dialetto e musica pop?

Quello che successe agli inizi degli anni 90, quando cominciò ad affermarsi anche in Italia la cosiddetta “world music” che sperimentava l’uso dei dialetti dentro “musiche altre” non provenienti dall’area folk legata alla musica tradizionale, fu un fenomeno molto importante e popolare. Apparsero in tutta l’Italia da nord a sud realtà musicali molto interessanti che costituirono per molti anni un nutrito movimento, quasi una scuola.

Ritengo che oggi il panorama musicale, dentro cui non mancano certamente fenomeni molto interessanti, proceda un po’ a singhiozzo ed è diffuso a macchia di leopardo. Nonostante alcuni nobili tentativi di portare i dialetti su canali più ”mainstream”, pare che la cosa accada veramente solo per quel che riguarda il dialetto napoletano che, però, ha una lunghissima storia tutta sua che trascende dall’uso “tout court“ del dialetto e che per diversi motivi storici, che sarebbe lungo enumerare, ha avuto cittadinanza nazionale o addirittura mondiale. La storia della musica napoletana con il suo dialetto e addirittura con una scala musicale propria ha influenzato, anche in maniera importante, la canzone italiana.

Molti artisti di caratura internazionale italiani e stranieri hanno cantato in napoletano facendo conoscere il patrimonio della canzone partenopea nel mondo. Il fenomeno continua tutt’oggi non solo per quello che riguarda le canzoni classiche ma anche per quello che riguarda le nuove forme di canzone che passa dal jazz/blues di Pino Daniele alla trap di Giolier. Per gli altri dialetti penso che bisognerà aspettare ancora un po’ di tempo e non riesco a prevederne i risultati. Ma dai tempi lontani di ”Petra Lavica” tanti esperimenti e tanti passi avanti sono stati fatti e, a mio parere, molti se ne possono fare ancora perché l’uso del dialetto ha un campo molto aperto dove c’è ancora molto spazio per sperimentare.

Kaballà, Petra Lavica: Copertina
Kaballà, Petra Lavica: Copertina

Quali sono, secondo te, gli aspetti che rendono il dialetto – e quello siciliano in particolare – sempre affascinante?

I dialetti o meglio le lingue minori che al loro interno hanno altre “sotto-lingue” dette vernacoli sono ricche di sfaccettature, colori, suoni, cultura alta che si mescola a quella bassa e sono state gli affluenti che hanno arricchito il grande fiume della lingua italiana, affluenti che per forza espressiva hanno dato più importanza e spessore alla nostra lingua nazionale, d’altronde ne erano preesistenti e costituiscono le vigorose e secolari radici che danno perenne linfa alla nostra lingua. Per questo non devono essere affatto ignorate e dimenticate, e si deve fare di tutto per preservarle e valorizzarle. Hanno anche caratteristiche metriche e di suono che si attagliano magnificamente anche a nuovissime forme di canzone.

Per quello che riguarda il siciliano posso dire che, come tanti altri dialetti, ha una quantità di termini che sono veramente intraducibili, ci sono bellissime parole che per essere tradotte hanno bisogno di lunghe perifrasi e comunque non se ne riesce nemmeno a cogliere il senso più intrinseco. Molte provengono da altre lingue altre hanno origini incerte. Per via della sua complessa storia la Sicilia ha avuto innumerevoli dominazioni che hanno lasciato numerose tracce nel suo dialetto, parole veramente singolari ed esotiche. Arabi, normanni angioini, spagnoli, greci, perfino tedeschi, inglesi e chi più ne ha più ne metta! Provate a tradurre parole come: accura, ammatula, camurria, avaia-avà, peri peri, per citarne solo alcune, sono una sinfonia di suoni preziosa e affascinante.

Il tuo legame con la Sicilia (e con Catania) ha sempre mantenuto la stessa intensità nel tempo? Ti sei affezionato anche ad altri luoghi? Come Milano ad esempio…

Il mio legame con Catania e con la sua natura “vulcanica”, come dimostrano le canzoni di questo disco, è evidentemente molto forte. E’ una città di enorme complessità, di bellezza, di eccessi e di contraddizioni che ha sempre acceso in me sentimenti di natura diversa e contrastante che nel tempo si sono lentamente riappacificati. La Sicilia è stata, per me, una madre da cui si fugge e a cui si ritorna in grembo, gioia e dolore, luce e ombre, miseria e nobiltà, splendore e decadenza.

Milano ha avuto, in tutto questo, una funzione importante è diventata la mia madre adottiva, la città cosmopolita che mi ha accolto a braccia aperte, dove ho costruito la mia vita i miei affetti, la mia carriera artistica e che mi ha dato la possibilità di realizzare “Petra Lavica”, un’opera che ha sanato definitivamente la ferita sentimentale con la Sicilia e ha fatto in modo che recidessi il cordone ombelicale con “la mia madre terra” per cui adesso provo un sentimento autentico, forte e maturo.

Sei pioniere del dialetto nel pop ma in effetti nel “mainstream” hai lavorato parecchio: qual è la collaborazione che ti ha lasciato un segno indelebile, artisticamente e umanamente?

Sì, le mie collaborazioni effettivamente sono tante e di svariato tipo, e ho incontrato sicuramente molti artisti e artiste che tanto mi hanno insegnato, da cui tanto ho ricevuto e a cui altrettanto, spero, di aver restituito sia dal punto di vista artistico che da quello umano. Un’esperienza delle tante che mi piace ricordare è quella del lavoro a 6 mani per l’album “Il tramonto dell’occidente” del 2005 concepito, scritto e lavorato da me Francesco Bianconi (Baustelle) e Mario Venuti e cantato dallo stesso Mario. Un lavoro a cui sono molto legato per svariati motivi: uno perché lo ritengo artisticamente molto interessante e innovativo, un altro perché condiviso con due grandi artisti e amici con cui abbiamo lavorato in grande sintonia e divertendoci molto.

Tanti sono gli ospiti di quel disco ma fra tutti vorrei ricordare Franco Battiato che ci fece l’onore di duettare con Mario in un pezzo che apprezzò molto e che si intitola “I capolavori di Beethoven”. Immensa fu l’emozione di sentire la sua voce unica che cantava una canzone composta da noi. Un Grande Maestro geniale e umile da cui tutti abbia ancora tanto da imparare e che mi ha lasciato un segno indelebile dal punto di vista artistico e dal punto di vista umano.

Che idea ti sei fatto del panorama attuale e della musica contemporanea, sempre più “digitale” e meno analogica?

È indubbio che il mondo della musica e non solo è entrato da un bel po’ nell’era del digitale dove tutto è sempre più “semplificato”, “perfetto”, “veloce”: alla portata di un clic. Penso, però, che ci sia un “universo analogico” che resiste e non soltanto per semplice nostalgia. Si cela dentro quest’universo un desiderio profondo di riconnettersi con l’arte in modo più lento, coinvolgente, meditato e appagante. Non ci sono scorciatoie, niente ”preset“ pronti all’uso, solo ore di sperimentazione tentativi ed errori fino a raggiungere il risultato desiderato.

Ma c’è di più. L’imperfezione non è un difetto da correggere, è un valore aggiunto: il fruscio di un vinile, la grana di una foto scattata su pellicola, perfino il leggero suono “scordato” di un sinth analogico sono tutte caratteristiche che donano all’opera unicità e autenticità. Certo in un tempo dove tutto si consuma alla velocità della luce, dove non c’è più tempo per fermarsi a riflettere, tutto questo può sembrare anacronistico ma io ritengo che sia l’esercizio più sano e affascinante per affrontare il processo di creazione.

Massimo Bubola ha inventato il tuo nome d’arte tempo fa: siete sempre in contatto? Vuoi ricordare l’origine di “Kaballà”?

Con Massimo siamo sempre in contatto anche se non ci vediamo da un po’. Lui è un artista a tutto tondo che continua a scrivere e produrre canzoni in maniera indipendente e solo quando ritiene di avere veramente qualcosa da dire. Ha anche felicemente intrapreso da molti anni l’attività di scrittore pubblicando diversi libri, tutto questo dal suo ”buen retiro” in Veneto circondato dalla natura e dalle sue vigne da cui ricava dell’ottimo vino che produce.

Si, l’origine del nome Kaballà fu un’intuizione sua, che era quella di dare un nome a un progetto impersonale e collettivo, la parola ha un’accezione esoterica e magica celata dietro il significato dei segni e dei numeri ma per noi era più semplicemente l’alchimia di suoni e linguaggi diversi che si incontravano nella forma canzone che io sintetizzavo con la lingua siciliana. Il significato letterale della parola è ”il ricevere”. È stato così: da questo nome ho “ricevuto” la fortuna dei sogni che si fanno numeri e che si giocano sulla ruota del destino. Come tutti i nomi strani e originali all’inizio non mi suonava bene e mi faceva un certo effetto conviverci ma adesso non saprei più separarmene perché sento che mi è caro mi appartiene e mi rappresenta.

Un’idea-proposta de Il Chatterbox: hai mai pensato di unire le forze con altri “alfieri musicali” del dialetto, anche di provenienze diverse, come Davide Van De Sfroos per citare un nome? Si potrebbe pensare a un bel Festival ad hoc…

È certamente un’idea molto bella, alla quale certo non mi sottrarrei, anzi ne sarei entusiasta. Si potrebbe immaginare un festival importante magari a scadenza annuale e che di anno in anno potrebbe toccare regioni diverse dell’Italia, dove invitare artisti di provenienza diversa e di dialetti differenti da Nord a Sud che magari interagiscono sul palco fra di loro. Un’occasione e altre simili darebbero valore e vigore a questo movimento che ha bisogno di nuovi stimoli per crescere e confrontarsi.