L’ultimo libro di Haruki Murakami, “La città e le sue mura incerte”: recensione

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L’ultimo romanzo dell’eterno candidato al Nobel, forse, non aiuterà la sua rincorsa al Premio. Ecco perché

Haruki Murakami – o viceversa, com’è uso un Giappone -, eternamente in pole position per il Premio Nobel per la Letteratura, scrittore cult, seguito e amato in ogni angolo del mondo, ha abituato lettori e lettrici a un immaginario peculiare capace di unire reale, irreale e surreale.

Moltissime persone, una volta entrate nell’ottica e nel cuore di quell’universo così speciale, si sono innamorate e immedesimate. Anzi, spesso si sono ritrovate. Lì.

Sarà forse il bisogno di evadere da una quotidianità opprimente, sarà la caduta dei sogni, sarà la frustrazione delle delusioni. Eppure tanti desiderano vivere, anche solo virtualmente, un luogo dove tutto sia ancora possibile, nel bene e nel male.

Anche l’ultimo libro, “La città e le sue mure incerte”, è in gran parte giocato su questo connubio tra mondi diversi. Ma la magia stavolta non sembra pienamente riuscita.

La trama risulta molto lenta, verbosa, introspettiva. In sostanza, in oltre 500 pagine succede poco. Sì toccano i temi della solitudine, della depressione, del disagio. Il personaggio principale non riesce a entrare nelle viscere e nell’animo di chi legge.

Murakami ha spiegato infine che il nucleo della storia aveva configurato il nucleo di uno dei suoi primi racconti pubblicati su riviste. Poi è rimasto tutto nel cassetto per decenni, anche se rielaborare quel manoscritto è sempre stato nelle sue volontà. Tiene molto a questo soggetto.

Negli ultimi anni quindi ha trovato il modo e il tempo di riprendere in mano il progetto. Anche se il risultato finale potrebbe essere deludente. I fasti di “Dance dance dance” e “Norwegian Wood”, solo per citare due tra i titoli più apprezzati globalmente, paiono lontani.

Al confronto anche la recente saga de “L’assassinio del commendatore” non sfigura per niente: era parecchio più avvincente.